{"id":534,"date":"2010-10-23T00:48:06","date_gmt":"2010-10-22T22:48:06","guid":{"rendered":"http:\/\/www.esperanto.torino.it\/wp\/?p=534"},"modified":"2011-02-12T13:27:36","modified_gmt":"2011-02-12T11:27:36","slug":"un-secolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.esperanto.torino.it\/wp\/?p=534","title":{"rendered":"Un secolo di traduzioni letterarie dall&#8217;italiano in esperanto"},"content":{"rendered":"<p><em>Secondo capitolo di &#8220;<a title=\"Capitolo 1.1\" href=\"http:\/\/www.esperanto.torino.it\/wp\/?p=483\">Un secolo di traduzioni letterarie dall&#8217;italiano in esperanto<\/a>&#8221; di Carlo Minnaja.<\/em><\/p>\n<p><strong>1.2 La prima antologia e le prime grandi traduzioni<\/strong><\/p>\n<p><strong> <\/strong><\/p>\n<p>Nel 1893 esce un piccolo libretto di formato tascabile, 10,3&#215;16 cm., di 160 pagine, dal titolo <em>La Liro de la Esperantistoj<\/em> [21] (La Lira degli Esperantisti), con il sottotitolo <em>Kolekto da Versa\u0135oj en la Lingvo internacia &#8220;ESPERANTO&#8221;<\/em> (Raccolta di opere in versi nella lingua internazionale &#8220;ESPERANTO&#8221;): \u00e8  la prima antologia in esperanto, ed \u00e8 di poesia. Il redattore \u00e8 Antoni  Grabowski, un ingegnere chimico, autore, in polacco, di vari libri  scientifici e di un vocabolario tecnico. Grabowski conosce parecchie  lingue[22]; ha studiato il Volap\u00fck, di cui \u00e8 rimasto deluso per la sua difficolt\u00e0, e quindi ha imparato l&#8217;esperanto avendo comprato il <em>Primo libro<\/em> in una stazione. Con il 1888 visita Zamenhof pi\u00f9 volte e da lui riceve consigli ed incoraggiamenti[23]. Per &#8220;esercitarsi&#8221; nella lingua traduce <em>La tempesta di neve<\/em>,  un ingenuo racconto romantico di Pu\u015dkin, che esce come opuscolo  autonomo nel 1888: \u00e8 la prima opera letteraria in esperanto in assoluto,  che segue i primi libri di apprendimento. Grabowski sceglie dunque  un&#8217;opera russa per le sue prove iniziali di traduttore, e subito dopo  traduce <em>I fratelli<\/em> di Goethe, opera che appare anch&#8217;essa nel  1888; il russo e il tedesco sono nettamente le lingue di maggior  prestigio nell&#8217;Europa centro-orientale, il polacco appare ancora poco  nobile; soltanto nel 1891 usciranno traduzioni da Prus e Sienkiewicz.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>Grabowski gi\u00e0 da un anno andava raccogliendo materiale per questa  antologia, in parte tramite lettere con gli altri utenti della lingua,  in parte riprendendo quanto compariva su <em>La Esperantisto<\/em>. Se il  libretto \u00e8 modesto come formato, il suo contenuto \u00e8 tutt&#8217;altro che  trascurabile: ci sono 110 poesie di 24 autori, in larga parte tradotte  dal tedesco e dal russo, ma anche da molte altre lingue: inglese,  polacco, arabo, ungherese, lettone, lituano, italiano, ceco\u2026 Ci sono  anche 27 poesie originali, di dodici poeti di lingue e paesi diversi. La  comunit\u00e0 dei poeti in esperanto riceve dunque il suo battesimo  ufficiale. I temi sono spesso banali, e le traduzioni sono differenti  come struttura e come livello; non mancano canti popolari, il che  attesta l&#8217;interesse dei primi traduttori per l&#8217;aspetto unificante e  fraternizzante della poesia. Sono ancora frequentissimi gli <em>adasismi<\/em>[24] e anche delle notevoli forzature sulla successione logica delle parole  per poter ottenere una certa rima o un certo ritmo; ma si possono  riconoscere delle chiare personalit\u00e0 individuali: oltre allo Zamenhof  compaiono suo fratello Leone, Grabowski stesso, l&#8217;ebreo russo Mozes  Goldberg, e debutta un vero talento poetico: il russo Vasilij Devjatnin.<\/p>\n<p>La scelta delle poesie tradotte appare quasi del tutto casuale:  alcune sono famose, altre relativamente note, altre del tutto  sconosciute, ma il solo fatto di proporle \u00e8 gi\u00e0 un grande successo: chi  avesse in mano questa antologia potrebbe gustare dei piccoli gioielli  non cos\u00ec largamente noti in Europa. Il significato propagandistico di  una ancorch\u00e9 piccola opera di questo tipo era ben chiaro: l&#8217;esperanto \u00e8  una lingua come le altre, ha in embrione una sua letteratura originale, e  tramite l&#8217;esperanto ci si pu\u00f2 avvicinare a letterature assai poco  tradotte nelle lingue di grande comunicazione. La lingua internazionale  assolve quindi uno dei suoi compiti primari, quello di far conoscere, in  un campo pi\u00f9 vasto e su un piede di parit\u00e0, valori letterari di popoli  relegati ai margini della cultura europea perch\u00e9 la loro lingua \u00e8 poco  diffusa[25].  Oltre a Longfellow e Krylov, Heine e Lermontov, Goethe e Mickiewicz,  Pu\u0161kin e Pet\u00f6fi compaiono anche autori importanti nella loro lingua, ma  assai meno noti internazionalmente, come il boemo H\u00e1lek[26] o lo slovacco Koll\u00e1r[27], la polacca Konopnicka[28] o il russo Nadson[29].  Si pu\u00f2 notare una certa attualit\u00e0: quasi tutti i poeti tradotti sono  del XIX secolo, e dunque c&#8217;\u00e8 una scrupolosa attenzione alla fama del  momento; inoltre quasi tutte le tematiche si ispirano agli ideali  romantici e di fratellanza universale, cos\u00ec consoni all&#8217;ideologia  esperantista che allora si andava formando.<\/p>\n<p>La poesia italiana \u00e8 rappresentata in questa antologia da tre traduzioni: un&#8217;arietta del Metastasio (<em>Se a ciascun l&#8217;interno affanno\u2026<\/em>), tradotta da Grabowski stesso, e due tradotte dal Marignoni: una del Giusti (<em>Preghiera<\/em>) e una di Alessandro Paravia[30].  Viste coi criteri di oggi, le traduzioni del Marignoni verrebbero  classificate assai poco fedeli e, in pi\u00f9 di un punto, infelici; pur  considerando che la tradizione poetica in esperanto era ancora ai  primordi, e quindi la ricerca della rima era considerata una  giustificazione valida che faceva accettare anche versi mal strutturati  ritmicamente e costruzioni sintattiche forzate, un confronto mostra che  altri poeti erano tuttavia capaci di una versificazione assai migliore.  Ma dobbiamo ricordare che il Marignoni aveva contatti con l&#8217;esperanto  soltanto come lingua scritta, mentre altri operavano all&#8217;interno di  gruppi linguisticamente vivaci.[31]\n<p>Un regresso della presenza dell&#8217;italiano si ha dieci anni dopo nella seconda antologia di letteratura esperanto, la <em>Fundamenta Krestomatio<\/em> (Crestomazia Fondamentale), raccolta di poesie e prose redatta dallo  Zamenhof ed apparsa a Parigi presso Hachette nel 1903. Si tratta di  un&#8217;opera assai pi\u00f9 matura sotto tanti punti di vista. Zamenhof ha  firmato un contratto con la casa editrice Hachette concedendo a questa  il monopolio delle sue opere, che cominciano ad essere tante e molto  richieste: il futuro economico di Zamenhof \u00e8 assicurato e il numero di  lettori \u00e8 in continuo aumento. Non c&#8217;\u00e8 quindi pi\u00f9 bisogno di mostrare  che la lingua esiste e di accogliere perci\u00f2 con soddisfazione qualsiasi  traduzione, indipendentemente dalla qualit\u00e0. Questa nuova antologia \u00e8  assai pi\u00f9 selettiva e comprende 70 poesie, parecchie delle quali gi\u00e0  pubblicate nella <em>Liro<\/em>,<em> <\/em>e 26 prose. Alcune sono lunghe e impegnative, come <em>Gli abiti nuovi dell&#8217;imperatore<\/em> e <em>La sirenetta<\/em> di Andersen (tr. Zamenhof), o il primo canto dell&#8217;<em>Iliade<\/em> e <em>La nave degli schiavi<\/em> di Heine (tr. Antoni Kofman); altre pi\u00f9 leggere, come <em>Lorelei<\/em> di Heine (tr. Zamenhof). Compaiono anche poesie originali di tutto  rispetto, sia per la lunghezza, sia per il valore lirico, ma tra i  trenta autori o traduttori manca qualsiasi presenza italiana.<\/p>\n<p>La <em>Fundamenta Krestomatio<\/em> compare dunque dieci anni dopo la <em>Liro<\/em>. Nel frattempo erano apparse traduzioni importanti, e da lingue importanti: <em>La battaglia della vita<\/em> di Dickens (tr. Zamenhof) forse non aveva avuto un grande influsso, perch\u00e9 apparsa a puntate su <em>La Esperantisto<\/em> nel 1891, ma ben pi\u00f9 importante \u00e8 <em>Amleto<\/em>,  che esce nel 1894. Zamenhof non \u00e8 padrone dell&#8217;inglese e si affida per  aiuto alla versione in tedesco, per cui la sua traduzione, in versi, \u00e8 a  volte semplificatrice, a volte non troppo fedele; tuttavia si tratta di  una bella opera, linguisticamente armoniosa, che godr\u00e0 di un meritato  successo, con edizioni e ristampe successive. Erano inoltre uscite altre  opere tradotte dal polacco, dal russo, dal tedesco, dal francese: la  lingua letteraria aveva preso consistenza e sicurezza, il lessico era  significativamente cresciuto per le nuove necessit\u00e0, autori e traduttori  avevano a disposizione uno strumento maturo. Si pu\u00f2 marginalmente  notare che sia dal tedesco che dal russo traducono indifferentemente  russi, tedeschi e polacchi, il che indica come certe lingue e certe  letterature fossero largamente note nell&#8217;Europa centro-orientale.<\/p>\n<p>In questa nuova dimensione la letteratura italiana resta al palo. Il  movimento esperantista in Italia comincia a concretarsi come tale, al di  l\u00e0 di alcuni adepti isolati, nei primissimi anni del Novecento. Ma sono  straniere le personalit\u00e0 che vi danno impulso: il senatore svedese  Claes Adelsk\u00f6ld[32] dedica al Congresso della Pace, che si svolge a Roma nel 1891, la musica per l&#8217;inno esperantista <em>La espero<\/em> (la speranza)[33];  a quel congresso partecipa la baronessa Bertha von Suttner, premio  Nobel per la pace nel 1905, che si esprimer\u00e0 pi\u00f9 volte a favore  dell&#8217;esperanto. Nel 1897 si converte all&#8217;esperanto dal Volap\u00fck l&#8217;inglese  Clarence Bicknell, che vive a Bordighera[34]; \u00e8 un buon poeta originale, traduce dall&#8217;inglese e dall&#8217;italiano: nella rivista inglese <em>The Esperantist<\/em> dal 1904 al 1906 compaiono una poesia di Carlo Alberto Bosi e tre di Ada Negri; con il 1915 usciranno <em>Una partita a scacchi<\/em> di Giacosa, <em>Il bove<\/em> di Carducci e <em>Canti popolari italiani<\/em>. La boema Rosa Junck[35] giunge a Bordighera, dove impara l&#8217;esperanto e quindi collabora con il Bicknell; l&#8217;inglese Daniel Lambert[36] pubblica le prime sei terzine dell&#8217;<em>Inferno<\/em> su <em>The Esperantist<\/em> nel 1905, il francese conte Albert Gallois, esperantista dal 1902,  sposa un&#8217;italiana e si stabilisce a Riolunato (Modena), dove fonda il  primo gruppo esperantista in Italia[37].  Il Gallois contribuisce anche alla fondazione della Societ\u00e0 Italiana  per la Propaganda dell&#8217;Esperanto, sodalizio sul modello di uno analogo  gi\u00e0 attivo in Francia, e promuove la fondazione a Torino del primo  periodico in Italia, <em>L&#8217;Esperantista<\/em> (1902). Nell&#8217;Annuario degli esperantisti, edito in Francia, in Italia figurano solo otto nomi, i pi\u00f9 dei quali non italiani.<\/p>\n<p>Questi dunque i promotori nel nostro paese; \u00e8 naturale quindi che  ancora nessuno possa prendere il posto di Marignoni come traduttore  dall&#8217;italiano. Tuttavia il 1905 segna un punto di svolta sia per la  lingua, sia per il movimento mondiale, sia per la letteratura. Si svolge  il primo congresso di esperanto a Boulogne-sur-Mer, localit\u00e0 turistica  sulla Manica: \u00e8 la prima assise mondiale, dove si incontrano 688 persone  di 30 nazioni. La lingua ha gi\u00e0 18 anni, ha dimostrato la sua  utilizzabilit\u00e0 a tutti i livelli anche nelle conversazioni, ci sono gi\u00e0  stati numerosi convegni di minori proporzioni, ma non si era mai avuto  un incontro di cos\u00ec vasta portata, che costituisce un test molto  significativo. L&#8217;esperanto esce egregiamente da questa prova: nonostante  il fatto che la maggior parte dei convenuti avesse imparato la lingua  su un manuale e non l&#8217;avesse mai praticata a voce con persone di altre  nazioni, non vi sono differenze significative nella pronuncia e la  comprensione \u00e8 perfetta. Il congresso nomina anche un Comitato  Linguistico che collabori con lo Zamenhof nel controllo dell&#8217;evoluzione  della lingua[38].  Sono eletti 102 membri di 28 nazioni; 21 sono francesi, 12 sono  inglesi. La presenza italiana \u00e8 deludente: sono eletti sei membri  residenti in Italia, ma di questi soltanto due sono italiani, il  Marignoni e l&#8217;avv. Raffaele Bagnulo[39] di Napoli. Gli altri quattro sono il Bicknell, il Gallois, la Junck e  il francese prof. Gaspard Blanc residente a Roma. Tuttavia anche in  Italia l&#8217;esperanto comincia finalmente a fare proseliti, ed \u00e8 in questo  primo decennio del secolo XX che nascono numerosi gruppi importanti: un  primo embrione del gruppo romano si ha nel 1904, con fondazione  ufficiale nel 1905, anno in cui nascono anche gruppi a Firenze e  Bologna; nel 1906 nascono gruppi a Trieste e Milano.<\/p>\n<p>Durante il congresso di Boulogne-sur-Mer la lingua ha una stabilizzazione. Zamenhof presenta tre opere didattiche: la <em>Grammatica<\/em>, gli <em>Esercizi<\/em> e il <em>Vocabolario universale<\/em>. Questi testi vengono dichiarati dal congresso come l&#8217;intoccabile <em>Fundamento<\/em> (Fondamento) della lingua, nel senso che la lingua pu\u00f2 evolvere, ma senza discostarsi dai principi basilari codificati nel <em>Fundamento<\/em>.  La lingua aveva avuto varie proposte di riforma, tra le quali anche una  di Grabowski, ma alla ricerca di miglioramenti il pubblico oppose un  desiderio di stabilizzazione: troppe persone avevano imparato la lingua  cos\u00ec come era nata nel 1887 e avevano costituito gi\u00e0 una massa critica.  L&#8217;esperanto non era pi\u00f9 un progetto a cui qualche modifica o  miglioramento studiato a tavolino avrebbe potuto portare un maggior  numero di adepti: era gi\u00e0 lingua viva con i suoi parlanti, autori,  stampa, letteratura. Il <em>Fundamento <\/em>codifica le regole  grammaticali e il loro uso, nonch\u00e9 i significati delle parole. Esso  sostituisce quindi il cammino secolare fatto dalle lingue etniche e  fissa una base di partenza per qualsiasi evoluzione successiva[40].<\/p>\n<p>La letteratura ha una improvvisa accelerazione nel 1906, conseguenza  del successo del congresso dell&#8217;anno prima. Su proposta del prof. Carlo  Bourlet[41] la casa editrice Hachette decide di pubblicare un periodico mensile in esperanto esclusivamente letterario, <em>La Revuo<\/em> (La Rivista): Zamenhof ha quindi una larga possibilit\u00e0 di far uscire a  puntate le sue traduzioni, che spaziano dalla Bibbia a Gogol, da  Schiller a Goethe, da Andersen a Moli\u00e8re, alla Orszesko. Oltre a  Zamenhof, che ha a disposizione 18 pagine ogni numero, collaborano gli  esperantisti pi\u00f9 illustri, i polacchi Grabowski e Kabe[42], gli svizzeri Hodler[43] e Privat[44], i francesi Boirac[45] e Menu de M\u00e9nil.<\/p>\n<h4>Note<\/h4>\n[21] A. Grabowski (red.), <em>La liro de la Esperantistoj<\/em>, T\u00fcmmel, N\u00fcrnberg, 1893.<\/p>\n[22] Una testimonianza del figlio, ing. Sygmunt Grabowski, lo dice buon  conoscitore di una ventina di lingue; una tradizione aumenta tale numero  a trenta, probabilmente per il fatto che in una sua antologia figurano  traduzioni da altrettante lingue, ma certamente varie traduzioni, ad  esempio quelle da lingue asiatiche, sono mediate attraverso qualche  lingua-ponte.<\/p>\n[23] Secondo una tradizione, confermata dal figlio, tra Grabowski e Zamenhof  si \u00e8 svolta la prima conversazione in esperanto nel 1888. Tuttavia  probabilmente alcune frasi, almeno di prova e di esercizio, Zamenhof le  avr\u00e0 scambiate gi\u00e0 prima con i fratelli e il suocero, che si erano  avvicinati subito alla lingua; la testimonianza probabilmente va intesa  come la prima conversazione piena con persona fuori della famiglia.<\/p>\n[24] Italianizzazione di un termine in esperanto che indica una rima fatta  tramite un suffisso. In particolare venivano considerate poco eleganti  le rime nei verbi usando il suffisso <em>-ad-<\/em>: due voci verbali che non rimano, come, ad esempio, <em>kantas<\/em> (= io canto) e <em>skribas<\/em> (= io scrivo) vengono fatte rimare aggiungendo il suffisso <em>-ad-<\/em>, che indica un prolungamento dell&#8217;azione, e costruendo cos\u00ec le forme <em>kantadas<\/em> (= io canto a lungo) e <em>skribadas<\/em> (= io scrivo a lungo). Poich\u00e9 questo si pu\u00f2 fare con tutti i verbi e  con vari suffissi, tale rima costruita cos\u00ec banalmente \u00e8 ritenuta da  evitarsi. I versificatori primitivi invece trovavano estremamente comoda  per la rima questa potenzialit\u00e0 data dalla lingua.<\/p>\n[25] Pu\u00f2 essere indicativa una statistica, ancorch\u00e9 piuttosto vecchia, presa dall&#8217;<em>Index Translationum <\/em>dell&#8217;Unesco.  Nel decennio 1957-1966 sono apparse traduzioni da tutto il mondo, ma il  70% di queste proveniva da quattro lingue soltanto (inglese, russo,  francese, tedesco). Nello stesso periodo sono uscite 344 traduzioni in  esperanto, e le prime quattro lingue da cui si tradusse maggiormente  furono il cinese, il vietnamita, l&#8217;olandese e il giapponese, che  coprivano peraltro meno del 50% delle traduzioni effettuate. Nel 2004,  ultima statistica nota dall&#8217;<em>Index Translationum<\/em>, le prime cinque  lingue (inglese, francese, tedesco, russo, italiano) coprono una  percentuale attorno al 90%; il solo inglese copre il 55% delle prime 50  lingue e la seconda lingua, il francese, ha meno di un sesto delle  traduzioni rispetto all&#8217;inglese.<\/p>\n[26] Vit\u011bslav H\u00e1lek (1835 &#8211; 1874), poeta e narratore ceco, dette il meglio di s\u00e9 nella descrizione del paesaggio boemo.<\/p>\n[27] J\u00e1n Koll\u00e1r (1793 &#8211; 1852), scrittore slovacco di lingua ceca. Fu parroco  della comunit\u00e0 protestante slovacca di Budapest e quindi professore  all&#8217;universit\u00e0 di Vienna. Rappresentante degli ideali di fratellanza tra  le popolazioni slave, si sforz\u00f2 di dimostrare le origini slave di gran  parte delle popolazioni dell&#8217;Italia settentrionale.<\/p>\n[28] Maria Konopnicka (1842 &#8211; 1910), poetessa di ispirazione patriottica e  sociale, autrice di un epos popolare eroico e di novelle e fiabe per  bambini.<\/p>\n[29] Sem\u00ebn Nadson (1862 &#8211; 1887), morto di tisi, fu il cantore dei giovani  progressisti, e alcuni suoi versi divennero poi slogan rivoluzionari.<\/p>\n[30] Pier Alessandro Paravia (1797 &#8211; 1857) fu professore di eloquenza  all&#8217;universit\u00e0 di Torino, traduttore di Plinio il Giovane e buon  memorialista. Di lui restano significative le lezioni accademiche e  prose varie; la sua produzione poetica, peraltro scarsa, non \u00e8 tra le  sue cose migliori.<\/p>\n[31] Come curiosit\u00e0 conclusiva su <em>La Liro de la Esperantistoj<\/em> possiamo citare il fatto che la copertina, in verde chiaro, riporta una  stella a cinque punte disegnata come fosse in rilievo; il libro segu\u00ec  quindi la proposta di L. de Beaufront (ps. di E. L. Chevreux, 1855 &#8211;  1935), apparsa su <em>La Esperantisto<\/em> nel maggio 1893, che tutte le  pubblicazioni in esperanto avessero una copertina verde con una stella,  entrambi simboli di speranza. Successivamente sulla stessa rivista fu  proposta una stella d&#8217;oro in campo verde come segno di riconoscimento  degli esperantisti da portarsi all&#8217;occhiello; verso il 1895 si afferm\u00f2  come simbolo della lingua e dei suoi sostenitori una stella verde a  cinque punte, e il vessillo \u00e8 un drappo verde con un rettangolo bianco  in alto a sinistra, entro il quale campeggia una stella verde a cinque  punte. Dunque la copertina di <em>La Liro de la Esperantistoj<\/em> \u00e8 probabilmente il primo libro che espone il simbolo diventato poi il simbolo della lingua.<\/p>\n[32] Claes Adelsk\u00f6ld (1824 &#8211; 1907), ingegnere militare, costruttore di  ferrovie e ponti (in particolare a lui si deve la prima ferrovia svedese  nel 1849), pittore, scrittore e musicista, fu membro (anche presidente)  dell&#8217;Accademia Svedese delle Scienze.<\/p>\n[33] <em>La espero<\/em> \u00e8 una poesia di Zamenhof, probabilmente la prima opera in esperanto  messa in musica, ed inizi\u00f2 ad essere considerata l&#8217;inno del movimento  esperantista verso il 1895. La partitura di Adelsk\u00f6ld \u00e8 a quattro voci e  perci\u00f2 poco adatta a diventare veramente popolare. Furono proposte  quindi altre melodie; una scelta ufficiale non fu mai effettuata, ma nei  primi congressi degli esperantisti si afferm\u00f2 spontaneamente una musica  da marcia militare composta nel 1905 dal barone francese F\u00e9licien Menu  de M\u00e9nil (1860 &#8211; 1930); con tale musica <em>La espero<\/em> \u00e8 l&#8217;inno  ufficiale ancora oggi. Il compositore Lorenzo Perosi scrisse: &#8220;Se si  dovesse musicare un inno alla Pace stimerei come il pi\u00f9 adatto \u2018La  Espero\u2019 di Zamenhof.&#8221;<\/p>\n[34] Clarence Bicknell (1842 &#8211; 1918), gi\u00e0 pastore anglicano, fu botanico e  archeologo di fama internazionale. Un museo di Bordighera porta il suo  nome e ospita le sue raccolte e i suoi reperti.<\/p>\n[35] Rosa Junck, nata Bilek (1850 &#8211; 1929) ha tradotto in esperanto alcune opere di De Amicis e ha tradotto in italiano il <em>Fundamento de Esperanto<\/em> (1906).<\/p>\n[36] Daniel Henry Lambert (1852 &#8211; 1930), avvocato e linguista, co-fondatore  dell&#8217;Associazione Esperantista Britannica, ha tradotto da Shakespeare <em>Macbeth<\/em> e <em>Giulio Cesare<\/em>.<\/p>\n[37] Il conte Gallois fond\u00f2 varie altre associazioni, fu segretario  dell&#8217;Accademia &#8220;Lo Scoltenna&#8221; e fu per trent&#8217;anni l&#8217;anima della vita del  piccolo paese di Riolunato. Vd. C. Strozzi: <em>Gallois, un ritorno alle origini<\/em>, &#8220;L&#8217;esperanto&#8221;, 8\/9, 1986, pp. 8-9.<\/p>\n[38] Il Comitato Linguistico viene costituito durante il congresso ed ha  oltre 100 membri: presidenti dei gruppi pi\u00f9 numerosi, redattori di  riviste, autori di opere letterarie o di apprendimento. Verr\u00e0 elaborato  uno statuto che sar\u00e0 approvato con il congresso successivo. Dopo varie  modifiche di statuto, la pi\u00f9 importante delle quali, di fatto una  rifondazione, si avr\u00e0 dopo la seconda guerra, tale comitato \u00e8 attivo  tuttora sotto il nome di Accademia di Esperanto.<\/p>\n[39] Raffaele Bagnulo (1880 &#8211; 1975), napoletano poi trasferitosi a Bologna,  fu illustre membro dell&#8217;Avvocatura dello Stato. Attivissimo nel  movimento esperantista fino a tarda et\u00e0, fond\u00f2 anche dei periodici che  ebbero per\u00f2 breve durata; tradusse il V canto dell&#8217;<em>Inferno<\/em> (1906).<\/p>\n[40] Lungi dall&#8217;irrigidire la lingua, come i riformatori temevano, l&#8217;aver  fissato l&#8217;intoccabilit\u00e0 di certe basi ha consentito, nell&#8217;arco di un  secolo, una evoluzione naturale come quella delle lingue etniche. Altri  progetti di lingue pianificate, alla continua ricerca di miglioramenti,  non sono mai riusciti ad ottenere neanche quella sia pur modesta  diffusione di cui gode l&#8217;esperanto, anche se obbiettivamente &#8220;migliori&#8221;  come facilit\u00e0. Il maggiore o minore successo di una lingua pianificata  dipende in parte assolutamente minima dalla migliore o peggiore  struttura della lingua in s\u00e9, ma varia secondo motivazioni economiche,  politiche e sociali.<\/p>\n[41] Carlo Bourlet (1866 &#8211; 1914), professore di matematica al Conservatorio  di Arti e Mestieri a Parigi, autore di numerosi testi per i licei, si \u00e8  dedicato principalmente alla meccanica applicata. Attivista entusiasta  nel movimento, ha pubblicato anche una grammatica condensata in poche  pagine, distribuita in oltre 500.000 esemplari.<\/p>\n[42] Pseudonimo del medico polacco Kazimierz Bein (1872 &#8211; 1959), fondatore  della Societ\u00e0 Oftalmologica Polacca e dell&#8217;Istituto di Oculistica di  Varsavia, di cui fu a lungo direttore. Ebbe un&#8217;attivit\u00e0 intensa nel  campo esperantista, dal 1906 vicepresidente dell&#8217;Accademia di Esperanto,  tradusse varie opere dal polacco, dal russo e dal tedesco, e scrisse il  primo vocabolario di esperanto con definizioni nella lingua stessa.  Compilatore della prima antologia di una letteratura nazionale in  esperanto, quella polacca, fu il creatore di uno stile letterario  semplice, chiaro e scevro da idiotismi nazionali, nel periodo in cui  ancora la lingua risentiva di influenze delle lingue nazionali a seconda  degli autori, e port\u00f2 la prosa in esperanto ad una piena maturit\u00e0,  tanto che fu chiamato &#8220;padre della prosa esperanto&#8221;. Nel 1911, al  culmine del suo successo, abbandon\u00f2 improvvisamente qualsiasi attivit\u00e0  esperantista, tanto che in esperanto \u00e8 nato il verbo <em>kabei<\/em> per  indicare un sopraggiunto disinteresse per la lingua e il suo movimento. I  motivi di tale abbandono non furono mai chiariti (forse dissapori con  altri esponenti); in un&#8217;intervista del 1931 egli dichiar\u00f2 che non  riteneva pi\u00f9 che l&#8217;esperanto fosse la soluzione del problema della  lingua internazionale.<\/p>\n[43] Hector Hodler (1887 &#8211; 1920), svizzero, figlio di un rinomato pittore, fu per tredici anni redattore della rivista <em>Esperanto<\/em>. Convinto dell&#8217;idea che la lingua dovesse essere utilizzata praticamente, fond\u00f2 la <em>Universala Esperanto-Asocio<\/em> (UEA, Associazione Mondiale di Esperanto), che ha una rete di delegati  per servire i soci e che tuttora \u00e8 la pi\u00f9 grossa associazione di  esperantisti.<\/p>\n[44] Edmond Privat (1889 &#8211; 1962), svizzero, professore universitario di  diritto, rappresentante della Persia presso la Societ\u00e0 delle Nazioni,  organizzatore, redattore, oratore, poeta, novelliere, storico del  movimento. Fu molto legato all&#8217;ideologia non violenta di Gandhi. Su di  lui \u00e8 recentemente uscito P. Martinelli, <em>Edmond Privat &#8211; l&#8217;uomo e l&#8217;opera<\/em>, Centro Italiano di Interlinguistica, Milano, 2004.<\/p>\n[45] \u00c9mile Boirac (1851 &#8211; 1917), professore universitario di filosofia,  rettore delle universit\u00e0 di Grenoble e di Digione, traduttore della <em>Monadologia<\/em> di Leibniz, presidente del Comitato Linguistico, strenuo difensore  dell&#8217;esperanto all&#8217;epoca del conflitto sulle riforme che port\u00f2 alla  creazione dell&#8217;Ido (1907-1908).<\/p>\n<p>Torna al <a href=\"http:\/\/www.esperanto.torino.it\/wp\/?p=483\">Capitolo 1.1<\/a><\/p>\n<p>Vai al <a href=\"http:\/\/www.esperanto.torino.it\/wp\/?p=581\">Capitolo 1.3<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Seconda puntata del libro di Carlo Minnaja<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_feature_clip_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_post_was_ever_published":false},"categories":[7],"tags":[],"class_list":["post-534","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-la-lingua"],"jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_featured_media_url":"","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.esperanto.torino.it\/wp\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/534","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.esperanto.torino.it\/wp\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.esperanto.torino.it\/wp\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.esperanto.torino.it\/wp\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.esperanto.torino.it\/wp\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=534"}],"version-history":[{"count":14,"href":"https:\/\/www.esperanto.torino.it\/wp\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/534\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":536,"href":"https:\/\/www.esperanto.torino.it\/wp\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/534\/revisions\/536"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.esperanto.torino.it\/wp\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=534"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.esperanto.torino.it\/wp\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=534"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.esperanto.torino.it\/wp\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=534"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}