Un secolo di traduzioni letterarie dall’italiano in esperanto

Terzo capitolo di “Un secolo di traduzioni letterarie dall’italiano in esperanto” di Carlo Minnaja.

1.3 La letteratura italiana nelle prime riviste letterarie

La Revuo (nel seguito: LR) esce con il suo primo numero nel settembre 1906. Si qualifica “Rivista letteraria internazionale mensile con la costante collaborazione del Dr. L. L. Zamenhof, autore della lingua Esperanto”. La casa editrice è la libreria parigina Hachette, che ha in Europa sette corrispondenti: quello in Italia è Raffaello Giusti, Via Vittorio Emanuele 53, Livorno. La solidità della casa editrice garantisce una continuità di pubblicazione senza problemi economici, e viceversa la prolificità della produzione di Zamenhof e il pubblico di abbonati garantiscono che la rivista avrà materiale e lettori per molti numeri.

Lazzaro Ludovico Zamenhof è ancora un nome magico: le sue opere sono attese dagli esperantisti, che trovano nelle sue pagine una lingua fluida, armoniosa, affascinante. La prima annata della rivista, che va dal settembre 1906 all’agosto 1907 ospita, a puntate, le traduzioni della commedia di Gogol L’ispettore generale, del dramma di Schiller I masnadieri, dell’Ecclesiaste dalla Bibbia. Lo Zamenhof traduce indifferentemente dal russo, dal tedesco, dal polacco, dall’antico ebraico, tipico esempio di quella classe culturale ebrea dell’Europa orientale. E ancora escono i suoi discorsi nei congressi, le sue Risposte linguistiche, i suoi scritti di carattere ideologico. Di altri autori appaiono traduzioni e originali: Edmond Privat, dicassettenne enfant prodige che nel 1905 ha stupito i congressisti convenuti a Boulogne-sur-Mer per essere venuto a piedi dalla Svizzera e per essere, pur così giovane, un facondo oratore, esordisce con una lirica, Aŭtuna vespero (Sera d’autunno), che lo fa ritenere una promessa della poesia. Leone Zamenhof, fratello di Lazzaro Ludovico, scrive versi d’occasione, ma anche una lirica sentita. Ci sono traduzioni da Gorkij, Lamartine, Ŝĉedrin, Prus.

La rivista annuncia e recensisce la pubblicistica in esperanto, che è in rapidissimo aumento, ma dà anche notizia di fatti letterari da tutto il mondo. In questo campo si colloca il gioioso annuncio del premio Nobel a Carducci nel 1906, seguito, in un numero successivo, da un commosso necrologio. Ne è autore monsignor Luigi Giambene, un sacerdote romano, professore di ebraico e poi anche di greco presso il Pontificio Collegio Urbano, oggi Università Urbaniana. Il Giambene fu “cameriere segreto soprannumerario di Sua Santità” Pio X, ed ebbe con lui numerosi contatti; parlò spesso di esperanto al Pontefice, tanto da essere da lui chiamato “Monsignor Esperanto”. Fu estremamente efficiente anche dal punto di vista organizzativo, fondando il gruppo esperantista romano, che acquisì il nome latino di Imperiosa Civitas[46]. Ancora il Giambene, sotto la sigla L. G., dà notizia su La Revuo della morte di Giacosa, scrivendo un brevissimo excursus sulle sue opere.

La letteratura italiana comincia così, in sordina, la sua apparizione su LR, che è una notevole cassa di risonanza nel mondo letterario esperanto. Nel volume della seconda annata (sett. 1907 – ag. 1908) compaiono le, ormai potremmo dire, istituzionalmente solite traduzioni di Zamenhof dei capolavori della letteratura mondiale: i Salmi dell’Antico Testamento, alcune fiabe di Andersen, l’Ifigenia in Tauride di Goethe, il Georges Dandin di Molière. Le notizie dall’Italia sono rappresentate da un accorato addio di Rosa Junck ad Edmondo De Amicis, morto a Bordighera dove passava l’inverno e dove era venuto ad un amichevole contatto con il gruppo esperantista locale[47]; e proprio la bandiera esperantista ne ha accompagnato la salma da Bordighera fino al cimitero di Torino. De Amicis fu assai popolare tra i traduttori in esperanto: il filantropismo tardo-romantico, la passione per i ragazzi, gli episodi del Cuore in sé compiuti, la lingua semplice ma espressiva fecero sì che parecchi suoi scritti apparissero in vari periodici negli anni dal 1906 alla seconda guerra[48]. Il piccolo dramma in un atto, Il fiore del passato, tradotto dalla Junck e uscito a Basilea nel 1906, fu la prima traduzione apparsa come libro a sé stante e fu rappresentato al secondo congresso di esperanto a Ginevra nello stesso anno. L’intera traduzione del Cuore era stata affidata alla Junck dal De Amicis stesso; la cosa si concreterà, ma assai più tardi, ad opera di Ettore Fasce[49].

Alfredo Balestrazzi traduce dal latino la Prima Egloga di Virgilio; ci sono annunci di vari testi di apprendimento in italiano, che dovrebbero aiutare nell’introduzione dell’esperanto in Italia, ancora molto indietro in questo campo rispetto agli altri paesi europei. Vengono recensite anche canzoni italiane (Di’ di sì di E. Travaglini, musica di L. Gianini).

In quegli anni appare il I volume di una Crestomazia Internazionale[50], antologia di prose redatta da Kabe, in cui figura il brano Mai più di Matilde Serao. Il Giambene pubblica una antologia, Tra la esperanta literaturo (Nella letteratura esperanto), di 50 brani in parte letterari, in parte scientifici, in parte che trattano la stilistica esperanto. Sono quasi tutti brani già apparsi nei periodici; dall’italiano, anzi dal napoletano, c’è Fenesta ca lucive, che era apparsa nel settembre 1905 su Gefrataro Esperanta (Fratellanza Esperantista).

LR continua fino al 1914, producendo circa 700 pagine l’anno. Le presenze italiane sono però sempre minime; interessante nella terza annata (sett. 1908 – ag. 1909) una traduzione di un ingenuo, ma commovente racconto di Silvia Zambali, Lalla e Lilla, fatta dal maltese Gustav Busuttil, pioniere dell’esperantismo locale, eletto nel Comitato Linguistico già nel 1905. È da notare che l’esperanto è stato conosciuto a Malta tramite conferenze, libri di testo e manifestazioni in italiano, lingua usuale della classe culturale maltese dell’epoca.

Il movimento esperantista italiano fu nei primi tempi articolato in gruppi locali che talvolta avevano il loro bollettino o il loro periodico regionale: ad esempio Roma Esperantisto (L’esperantista romano) a Roma, Esperanta Abelo (Ape esperantista) a Udine. L’organizzazione nazionale nasce nel 1910 a Firenze sotto il nome di Federazione Esperantista Italiana (FEI), che ha come scopo la diffusione della lingua; vi si affianca la Cattedra Italiana di Esperanto, dedita specificamente all’insegnamento. Sono quindi maturi i tempi per riviste a dimensione nazionale, nelle quali emerge Antonio Paolet (in friulano “Paulet”), un giovane tipografo e poi editore di S. Vito al Tagliamento. La prima rivista fu L’Esperanto. Lingua Internazionale. Periodico quindicinale di studio e propaganda a cura della Cattedra Italiana di Esperanto, che iniziò le pubblicazioni nel 1913, e con interruzioni, sotto nomi diversi e con gestioni e linee politiche variegate, è quella che continua ancora adesso come organo della Federazione Esperantista Italiana. I fascicoli sono piuttosto corposi, e in quei fascicoli c’è un corso di esperanto scritto in italiano, e ci sarà poi un corso di italiano scritto in esperanto, con la trascrizione di alcuni brani italiani secondo la fonetica esperanto, per insegnare la pronuncia dell’italiano. In numeri successivi ci saranno corsi anche di altre lingue; l’esperanto soddisfa così il suo requisito fondamentale: mettere in comunicazione culture diverse anche attraverso l’apprendimento delle lingue. La rivista informa su quanto di interessante succede in Italia e nel mondo riguardo ai problemi linguistici e alla loro soluzione proposta dall’esperanto. In quest’ottica è annunciata la nascita di una rubrica, Rassegna dell’Esperanto, un inserto di quattro pagine all’interno di un periodico di Genova, L’illustrazione mensile, che ne ha sedici. In questa rubrica compaiono Sangue romagnolo e Il bove, che quindi possono considerarsi le prime opere tradotte dall’italiano in esperanto e pubblicate su un periodico italiano.

Nel luglio 1913 viene annunciata una rubrica, che poi diventerà l’embrione di una antologia, dal titolo Itala animo (Anima italiana): si tratta di traduzioni dall’italiano o di articoli riguardanti l’Italia. La rubrica sarà estremamente saltuaria, ma nei primi anni propone brani impegnativi. Nel 1914 ospita Primavera (tr. Carlo Simonis), un brano tratto da Le veglie di Neri del Fucini, il canto di Ugolino in endecasillabi sciolti (tr. D. Rivoir), un brano di De Amicis, altre piccole cose. Con il 1915 il periodico, da quindicinale che era, muta in Internacia monata revuo (Rivista internazionale mensile): diminuisce la frequenza, ma si esplicita l’ambizione ad essere una rivista internazionale. Il sottotitolo è quindi in esperanto, e compaiono varie traduzioni: il Cap. V dei Promessi Sposi (tr. Gino Lupi[51]), Il bove (tr. Bicknell), cori dal Conte di Carmagnola e dall’Adelchi (tr. D. Rivoir), Il cinque maggio (tr. D. Rivoir), due poesie di Olindo Guerrini (tr. Bicknell), una canzone popolare veneziana (Desiderio, tr. F. Pizzi[52]). Nel 1915 comincia anche una rubrica linguistica redatta da Bruno Migliorini[53] sui vari sinonimi in esperanto, con l’evidenziazione delle sfumature dei vari vocaboli. È, quest’ultima rubrica, un importante segno di evoluzione della lingua: il numero delle parole cresce, non siamo più al migliaio di radici del Primo libro. Per uno stesso concetto ci sono più vocaboli, l’arte ha le sue necessità che mal si conciliano con un lessico di base troppo ridotto. Spesso si leggono testi di canzoni, come Io t’amerò, Addio del volontario e Ti voglio bene assai (tr. Bicknell); nel 1917 è pubblicata una prima versione de Il sabato del villaggio (tr. Alessandro Mazzolini). Compaiono anche, sporadicamente, scritti politici, come il discorso di Salandra sull’entrata in guerra dell’Italia.

Oltre a quanto pubblicato sulla rivista L’Esperanto, nello stesso periodo escono altre opere a sé stanti, capitoli da opere di Nievo (L’idillio alla fonte di Venchieredo, tr. A. Tellini[54], 1910), il capitolo della peste da I Promessi Sposi (tr. P. C. Monti), brevi opere di Giusti (tr. A. Tellini), la Guida del Trentino di Cesare Battisti (tr. A. Mondini, 1913).

Note

[46] Sull’attività di mons. Giambene e sulla posizione di Pio X nei confronti dell’esperanto, vd. C. Sarandrea, Op. cit. e G. Cardone, Il movimento esperantista cattolico in Italia, tesi di laurea in Scienze Politiche, Univ. Torino, a.a. 1973-74.

[47] De Amicis fu uno dei primi intellettuali italiani ad essere fortemente favorevole all’esperanto, del quale disse “sarà di immensa utilità per tutti gli uomini” (citazione riportata in L’Esperanto, 1917).

[48] Alcune opere di De Amicis furono tradotte in cinese da Bakin attraverso la traduzione in esperanto.

[49] E. De Amicis, Koro, Paolet, S. Vito al Tagliamento, 1936. Il nome del traduttore non compare esplicitamente; al suo posto vi è un semplice asterisco.

[50] Kabe (red.), Internacia Krestomatio, W. Arot, Warszawa, 1907.

[51] Gino Lupi fu docente di rumeno a Ca’ Foscari, dove tenne anche corsi di esperanto.

[52] Francesco Pizzi (1880 – 1946), bibliotecario, molto attivo nel movimento esperantista cattolico. Fu anche un apprezzato poeta originale.

[53] Bruno Migliorini (1896 – 1975), insigne linguista, vocabolarista e storico della lingua italiana, fu presidente dell’Accademia della Crusca. Profondo conoscitore dell’esperanto, fu anche un attivista nel movimento, fondando gruppi esperantisti a Rovigo e Venezia. Membro del Comitato Linguistico, divenne poi vicepresidente dell’Accademia di Esperanto, supremo organo linguistico della comunità esperantofona.

[54] Achille Tellini (1866 – 1938), geologo e profondo studioso della lingua ladina.

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